The Montecristo Project: la fantascienza e il suo potere

Perché la letteratura è un sottogenere della science fiction

Un sottotitolo volutamente provocatorio per aprire una discussione franca e sincera:
la buona fantascienza non ha nulla da invidiare ad altri generi letterari, e comunque “il genere non fa il monaco”

Fantascienza e potere - Una curiosa interpretazione di una Livorno futura, elaborata da MidiJourney nel 2022
Una curiosa interpretazione di una Livorno futura, elaborata da MidiJourney nel 2022

Premessa

The Montecristo Project è un romanzo di fantascienza ambientato nella Toscana del medio futuro, più che altro a Livorno, Pisa e, ovviamente, sotto l’Isola di Montecristo e nell’arcipelago toscano. Per la precisione si tratta di Hard Science Fiction, fantascienza ad alto spessore tecnico-scientifico basata su alcune teorie attuali.

Alcune persone sentendo la definizione “romanzo di fantascienza” storcono un po’ il naso, magari pensando a qualche film chiassoso con improbabili battaglie spaziali o a storie mostri alieni che rapiscono belle ragazze terrestri. Ma sarebbe l’equivalente di giudicare l’intera produzione cinematografica sulla base di qualche film pulp guardato distrattamente (e non sto parlando dei capolavori di Quentin Tarantino).

Per non farci mancare nulla, abbiamo anche scrittori mainstream che sui giornali nazionali criticano il genere dopo avere ammesso di non conoscerlo, alla faccia dell’onestà intellettuale. Penso che sia ovvio, per chiunque sia arrivato a leggere fin qui, che qualsivoglia genere non è mai tutto uguale – il che vale per qualunque forma d’espressione artistica – e che esistono capolavori di fantascienza, così come opere “buone” e altre “meno buone”.

La questione è ancora più basilare: chi utilizza il concetto di “genere” per tirare dei confini netti fra ciò che è o non è “vera letteratura”, forse nasconde delle profonde insicurezze personali dietro un’aura di falsa autorevolezza critica. Un’opera andrebbe letta per il suo valore intrinseco, non per come viene catalogata.

Fantascienza e potere - Un mondo virtuale può diventare altrettanto, se non più pericoloso, del mondo reale. E in molti casi ben più disturbante
Un mondo virtuale può diventare altrettanto, se non più pericoloso, del mondo reale. E in molti casi ben più disturbante

La buona fantascienza e la “realtà”

La buona fantascienza ha un grande potere: fa pensare e fa riflettere su problemi assolutamente reali e attuali, da un punto di vista qualche volta più aperto e più profondo rispetto a tanta letteratura che si auto-definisce “realistica” e che tale comunque non è mai del tutto: una storia è sempre narrata, non è una cronaca oggettiva. Neppure un articolo di giornale lo è, per quanto chi lo scrive si sforzi di essere equilibrato.
Ho sempre trovato divertente la posizione di chi pontifica sulla incapacità umana di percepire l’essenza fondamentale della realtà, come già la filosofia e poi anche la biologia e le neuroscienze hanno dimostrato, ma allo stesso tempo afferma che la “vera arte” debba essere legata alla realtà.
Un leggero ossimoro, non trovate?

La differenza sostanziale è la capacità intrinseca della science fiction di andare oltre ciò che vediamo e viviamo tutti i giorni, capacità legata alla natura stessa di tale genere speculativo. Per citare quello che ormai è un classico della cinematografia, “Eravamo abituati a guardare il cielo e a chiederci quale fosse il nostro posto tra le stelle. Ora ci limitiamo a guardare verso il basso e a chiederci quale sia il nostro posto tra la polvere…” (Interstellar, 2014). In questa frase Cooper, il protagonista del film di Cristopher Nolan, descrive un mondo che ha rinunciato al futuro: ha rinunciato alla fantascienza e, guarda caso, ha rinunciato anche alla scienza, e si limita a cercare di sopravvivere, guardandosi le scarpe. 

Aspetti che personalmente ritrovo in molti deprimenti opere letterarie mainstream che tanto piacciono e che vincono numerosi concorsi. Ma guardarsi le scarpe e autocommiserarsi è facile, è comodo. Meno comodo invece è immaginarsi situazioni e mondi nuovi, realtà alternative che ci costringono a uscire dalla nostra “zona di conforto” e a cambiare la nostra prospettiva sul mondo.
Non di rado la buona fantascienza è
scomoda.

Quanto scrissi il racconto originale dal quale poi ho tratto il romanzo The Montecristo Project, nel 1993, l’intelligenza artificiale era un argomento per specialisti, quasi sconosciuto al grande pubblico, se non per gli esempi letti e visti nella fantascienza: da Hal in 2001 Odissea nello Spazio ai primi due Terminator, attraverso la saga di Matrix.  In generale, nelle storie in cui un essere artificiale dimostrava consapevolezza non finiva granché bene per l’umanità: la visione era – e in buona parte resta tutt’oggi – distopica, e ben rappresentava una delle paure più profonde e ataviche che tuttora attanaglia la maggior parte di noi: la paura del diverso, l’incapacità di accettarlo (che guarda caso in Matrix è la causa scatenante della guerra contro le macchine).

Il che non toglie che il problema dell’AI sia reale. Anzi lo è molto più adesso rispetto a pochi anni fa.
Dalla presentazione a novembre 2022 della prima versione pubblica di ChatGPT, questa paura è esplosa in ampie fasce della popolazione, spesso incoraggiata da discutibili metodi di marketing da parte delle stesse società che sviluppano gli attuali sistemi LLM (Large Language Model) come appunto ChatGPT. Per chi conosce il settore è ben chiaro che siamo molto lontani da una coscienza artificiale, non sappiamo ancora neppure se sia realmente possibile. Ma i problemi reali che stiamo affrontando con le attuali macchine, molto più complessi e sottili rispetto a un eventuale scontro aperto, non sono per questo meno seri e preoccupanti, sia a livello sociale sia a livello culturale.

Ebbene, tantissimi autori di science fiction questi problemi li avevano già affrontati, analizzati, rappresentati e rivoltati come calzini, perché la buona fantascienza non fa previsioni, ma ci prepara al futuro.
E chi legge fantascienza questo lo sa.

Fantascienza e potere - Una foto che rappresenta in modo curiosamente fedele il panorama descritto in una scena del libro
Una foto che rappresenta in modo curiosamente fedele il panorama descritto in una scena del libro

Fantascienza distopica…

La storia della letteratura fantascientifica ci presenta diversi capolavori nei quali uno o più aspetti negativi della tecnologia o della società vengono amplificati, portati all’estremo fino a creare un mondo sostanzialmente terribile, pur se talvolta affascinante. Fra gli esempi più eclatanti 1984 di George Orwell (sì è fantascienza, benché qualcuno cerchi disperatamente di negarlo), il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, tutte le opere di Philip K. Dick , lo scrittore storicamente più sfruttato da Hollywood su queste tematiche, e che avrebbe parecchio da insegnare ai fautori della “vera realtà” – se lo leggessero.
E opere cinematografiche come Blade Runner o Brasil, e il già citato Matrix.


Una lunga sequela di storie pessimistiche di fantascienza hanno così assunto il ruolo sociale della tragedia nell’antica Grecia: un memento, un monito sulle possibili conseguenze di un utilizzo acritico delle scoperte della scienza o delle nuove tendenze sociali, che spesso hanno influenzato il nostro immaginario e le nostre scelte in diversi campi.
Un’applicazione “utile” delle capacita speculative della science fiction, e sicuramente una delle sue formule narrative più socialmente influenti.
 

…o fantascienza utopica?

Di contro, la fantascienza che lascia aperta la speranza per un futuro migliore (come ad esempio la saga di Star Trek) può essere considerata “utopica”.
Ma io preferisco definirla. semplicemente, “non distopica” perché l’utopia potrebbe apparirci come un’eccessiva semplificazione; la stessa semplificazione che, aggiungo, può talvolta presentarsi anche nella visione distopica.
 
Personalmente, scrivendo The Montecristo Project mi sono impegnato al massimo nel creare un mondo futuro con problemi diversi dai nostri, qualche volta estremi e qualche volta no, un mondo eterogeneo e variegato, che richiami la complessità della realtà attuale senza ricamarci troppo. E spero invece di essere riuscito a evocare uno degli aspetti chi mi ha sempre profondamente affascinato nella science fiction: il sense of wonder, il senso del meraviglioso.
 
Il sapersi meravigliare è una capacità che, in forma un po’ ingenua, vediamo nei bambini. Ma, pensandoci bene, anche in chi fa ricerca scientifica.
La perdita di questa attitudine in molti adulti talvolta è legata al modo di funzionare del nostro cervello, che per motivi evolutivi tende a cercare la semplicità, ad assestarsi nell’abitudine per sopravvivere nello stato di minimo sforzo. Altre volte è il risultato di un “eccesso di esperienza” che ci convince di sapere ormai tutto della vita, portandoci a chiudere i vari aspetti di essa in altrettante scatolette; ma è uno schema di pensiero che ha la stessa origine del primo.
 
Mantenere la capacità, il talento di meravigliarsi è questione di allenamento, se vogliamo.
In uno dei passaggi più belli di Watchmen, altro capolavoro di science fiction questa volta a fumetti, quel geniaccio di Alan Moore, coadiuvato da Dave Gibbons e John Higgins, ci dona un perfetto esempio di come anche un essere semi-divino come il Dottor Manhattan possa cadere nella trappola della banalizzazione. Dopo una lunga discussione – su Marte – con la sua ex ragazza Laurie Juspeczyk, che cerca invano di convincerlo che la specie umana vada salvata dall’autodistruzione nucleare, solo nel momento in cui lei scopre l’identità di suo padre lui cambia idea. Ricordandosi di come ogni singola vita umana sia un “miracolo termodinamico”, in cui una serie enorme di fattori improbabili sfociano in quella specifica, irripetibile persona.
 
“… ma il mondo è così affollato di persone, così affollato di questi miracoli, che diventano comuni e ce ne dimentichiamo.” afferma il Dottor Manhattan alla fine di questa scena memorabile e commovente. In realtà non ci sarebbe neppure bisogno della fantascienza per meravigliarci: basterebbe guardarsi un po’ attorno. Ma la buona science fiction sa risvegliare in noi il talento, anche quanto ce ne dimentichiamo.
La fantascienza e il suo potere: la cover
L'immagine originale dalla quale Lorenzo Crescentini ha concepito la copertina del primo libro

Scienza e Fantascienza

Ecco un’altra apparente dicotomia, alimentata da una certa mentalità italiana che contrappone pensiero umanistico e pensiero scientifico, affermando la superiorità del primo sul secondo. Il nesso a prima vista può non essere evidente; eppure molto spesso chi non apprezza il pensiero scientifico ne ha un’idea approssimativa e semplicistica, considerando la scienza una sorta di monolito costruito da strati di certezze, in contrapposizione netta a tutto ciò che sia speculazione o immaginazione.

Da una semplificazione ne deriva un’altra, insomma; ma la scienza parte quasi sempre da speculazione e immaginazione, Lo stesso Albert Einstein affermava, in una lettera al al matematico Jacques Hadamard, di pensare dapprima come immagini, segni, sensazioni quello che poi traduceva in concetti scientifici e formule. In molti ambienti di ricerca avanzata, ad esempio il MIT di Boston – come mi raccontava il prof. Bruno Coppi quando collaboravo con lui sulla comunicazione relativa al suo progetto Ignitor per la fusione nucleare – i ricercatori sono per gran parte sia lettori sia autori di fantascienza. 
 
Questo dovrebbe farci pensare.
Un Paese dove non è particolarmente amata la fantascienza, è forse un Paese in cui non è particolarmente amata la scienza, e viceversa? 
L’Italia è in effetti uno degli stati europei (fra i fondatori dell’UE, fra l’altro) dove si investe meno in università e ricerca, e il successo che ottengono certi personaggi predicando tesi del tutto anti-scientifiche, anche fra coloro che ostentano un elevato livello culturale – ma solo apparente, chi non comprende il pensiero scientifico non possiede un’autentica cultura – non lascia ben sperare.
 

In compenso in un altro grande Paese che sta emergendo prepotentemente sulla scena mondiale negli ultimi anni, la Cina, lo stesso governo incoraggia la scrittura e la lettura della fantascienza – entro i limiti da esso stabiliti ovviamente, l’importante è che non metta in discussione il sistema – ritenendo che sia un genere capace di “stimolare immaginazione e creatività nei giovani” e anche di  essere uno “strumento per diffondere il pensiero scientifico”.
Anche questo dovrebbe farci riflettere.

In The Montecristo Project la scienza è protagonista, mi è venuto naturale essendo un appassionato e anche un divulgatore “a tempo perso”. Inoltre i miei autori di riferimento hanno sovente avuto un approccio dove l’aspetto scioentifico non è solo un mezzo per costruire la trama, ma spesso anche il fine stesso della storia, e questo aspetto mi ha sempre profondamente affascinato; basta pensare un romanzo come Incontro Con Rama di A.C.Clarke.

La Fantascienza e il suo potere - L'Arno d'Argento fluttua sull'Arno a Pisa
L'Arno d'Argento fluttua sull'Arno a Pisa

Fantascienza e potere

Il paragrafo sulla Cina nella sezione precedente ci dà lo spunto per riflettere su questo aspetto. La fantascienza è un genere “potente” per i motivi analizzati finora e spesso ha un rapporto complicato con il potere costituito. Ma non è necessario che trasmetta un messaggio politico esplicito: la science fiction è rivoluzionaria di per sé, in quanto capace di rovesciare le nostre prospettive sul mondo. E questo può dare molto fastidio, non solo a governi e istituzioni.


Ricordo ancora lo stupore che provai alla prima lettura de Le Armi di Isher di A.E.Van Vogt. Armi che funzionano solo per scopi difensivi, poste sul piatto sociale dai Negozi d’Armi, un’organizzazione che non intende opporsi o sostituirsi al governo in carica o alle grandi corporazioni commerciali, ma solamente limitarne la capacità di controllo. Al di là degli aspetti un po’ ingenui della trama (nessuna tecnologia può essere mantenuta segreta per decine o centinaia di anni) il concetto è intrigante e, in un certo senso, può avere anticipato di molti decenni quelli che oggi sono i gruppi di hacker non criminali nella Rete, gli unici capaci di tenere testa alla fame di controllo di governi e delle società Big Tech. 
Per non parlare di tutti romanzi Cyberpunk che, a partire da Neuromante di WIlliam Gibson, hanno inlufenzato l’immaginario di tanto cinema e serie TV; ma qui continuiamo a parlare dell’aspetto esteriore, mentre a me interessa sottolineare quello più sottostante e radicale. 

La fantascienza è capace di mettere in dicussione la nostra stessa percezione della realtà (e in questo Stephen King resta il maestro indiscusso), di proiettarci in mondi inconcepibili e alieni, di suggerirci modi di percepire il tempo e lo spazio totalmente diversi dal nostro ma non meno affascinanti e stimolanti, come nel racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang dal quale è stato tratto il magnifico film Arrival di Dennis Villeneuve. Può provocarci con argomenti scottanti, come nel Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood o ne La parabola del seminatore di Octavia E. Butler. Oppure farci immaginare noi stessi fra millenni, transumani talmente mutati da renderci irriconoscibili, come ne La Scala di Shild di Greg Egan.

Quello che la buona science fiction invece non può fare è lasciarci tranquilli, avvolti nelle nostre confortanti piccole convinzioni, che ci difendono dalla complessità e dall’assurdità di un universo inconcepibilmente enorme, di cui la stessa scienza attuale conosce solo il 5% (circa). Allargare la nostra visione ci rende inquieti, pensare a quello che ci circonda ci turba, riflettere sul senso della nostra esistenza e sull’esistenza stessa ci pone in una posizione scomoda.

E, come ho già scritto, la fantascienza è scomoda, ha il potere di scalzare tutti i nostri piedistalli, e molti di noi vogliono essere lasciati in pace, che siano in una posizione di potere oppure no.

La Fantascienza e il suo Potere - Rappresentazione artistica di un effetto EMP (ElectroMagnetic Impulse, Impulso Elettromagnetico)
Rappresentazione artistica di un effetto EMP (ElectroMagnetic Impulse, Impulso Elettromagnetico)

Fantascienza e ostinazione

Tutto questo mi diede la speranza di un reale cambio di paradigma, di passare dal livello dei sogni, a occhi più o meno aperti, a quello delle possibilità concrete. Alla luce di ciò, ha ben poca importanza il fatto che non si trovarono i fondi necessari e che il progetto morì quasi subito: avevo intravisto le stelle al di là della brumosa cappa padana.
 

Così mi ostinai a portare avanti il sogno – a questo punto un proposito, un’intenzione – fino a quando ricevetti una mail dall’assistente personale dell’allora presidente della 20th Century Fox Italia Osvaldo De Santis, che mi invitava a mandare loro uno script per un film o una serie di fantascienza. 

Ero al settimo cielo, insomma.

Dall’intenzione all’azione

Quindi, mi misi a scrivere di buona lena: certamente da un racconto di fantascienza lungo quindici pagine non si può costruire un’intera sceneggiatura, occorreva ampliare e approfondire la storia.

Pensai di iniziare dalle origini del Progetto Montecristo, due anni prima rispetto alla narrazione del racconto, incastonandolo a metà libro e quindi portando avanti la storia per la metà successiva. In pratica intendevo scrivere due “Guerra e Pace” uniti insieme: perché devi sempre esagerare, Edoardo?

Ben presto mi resi conto che avevo fatto il passo più lungo della gamba e mi ridussi a ben più miti propositi: avrei intanto scritto un prequel e mi sarei fermato all’evento del racconto originale. Nuovi personaggi iniziarono ad apparire, insieme a inedite sotto-trame.

Il tutto si stava complicando.

La buona fantascienza: L'icona di StoryMill
L'icona della applicazione StoryMill

L’avvento di StoryMill

Eravamo nel 2010.

Fin dall’inizio ho utilizzato Pages della Apple per scrivere, molto comodo per la sua funzione di sincronizzazione automatica grazie alla quale creavo in mobilità su iPad e mi poi ritrovavo il file aggiornato a casa, sul mio Mac. A un certo punto però sentii il bisogno di un software più completo per la scrittura creativa, che gestisse personaggi, location, timeline e quant’altro. 

Mi guardai intorno, chiesi consiglio e testai StoryMill, anzi lo utilizzai per qualche mese.
Fino a quando mi resi conto che mi stava stretto.

Qualche assaggio di "Tempesta"

Livorno futura
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Una strana città, Livorno.

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L'Ente Errante
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L'altro da noi
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