The Montecristo Project Official Site
The Montecristo Project: due parole sul progetto
Dietro le quinte: il punto di vista dell’autore
Edoardo Volpi Kellermann racconta la storia ormai trentennale di un universo narrativo “anomalo”,
dalla sua ispirazione al suo sviluppo, attraverso i metodi e le soluzioni man mano trovate per portarlo a compimento
Premessa
Lo ammetto, sono un tipo strano.
Lavoro dal 1993 sulla stessa storia: e The Montecristo Project è solo il primo di almeno tre romanzi che ho in mente di sviluppare.
Non nego che più volte mi sono chiesto se valesse la pena continuare. Non è facile scrivere in Italia; e non è facile scrivere science fiction in Italia. Da parte dei grossi editori c’è un pregiudizio appurato, benché grandi autori come Italo Calvino e Primo Levi ne abbiano scritta, e benché nel cinema e nelle serie Tv sia un genere più che popolare. I grandi editori potrebbero rispondere che il pregiudizio deriva innanzitutto dai lettori, che non comprano opere di autori italiani.
Ma quando una storia scalpita per essere narrata, c’è ben poco da fare. Un giorno forse certi pregiudizi cadranno. O forse qualcuno al di fuori di questo Paese valuterà la storia degna di essere pubblicata. Nel frattempo, per fortuna, esistono realtà come Delos Digital e persone come Silvio Sosio, che tengono duro nonostante una realtà editoriale tutt’altro che semplice.
L’ispirazione di The Montecristo Project
Nacque mio figlio Gabriele, nel 1993; lui ora è un fisico teorico, ex Collegio di merito Ghislieri di Pavia e si occupa, guarda caso, di Intelligenza Artificiale. Una testa fina, avrebbe detto Andrea Camilleri. Forse lo presagivo, quando di getto scrissi quel racconto da cui poi è nato tutto. Che però non parla di mio figlio, non direttamente almeno.
Gabriele è anche il consulente scientifico del romanzo, almeno per le parti scientificamente corrette. Riguardo al resto, mi accollo ogni responsabilità di qualsivoglia eventuale svarione, errore ed esagerazione. D’altronde, The Montecristo Project è fantascienza.
Fantascienza di azione e colpi di scena, ma anche ricca di spunti filosofici e scientifici.
In parte la storia prende spunto dalla teoria Orch-Or (ORCHestrated Objective Reduction) di Sir Roger Penrose, matematico, fisico e cosmologo che ha collaborato a lungo con Stephen Hawking e ha vinto il premio nobel per la fisica nel 2020. Ho avuto anche la fortuna di conoscere una eminente fisica sperimentale, cui il primo libro della trilogia è piaciuto molto, che collabora con Roger Penrose per la verifica sperimentale della sua teoria: Cătălina Curceanu.
Fin da piccolo il mio immaginario è stato influenzato dalla science fiction, e autori come Clarke, Heinlein, Zelazny, Cordwainer Smith, Asimov hanno influito sulla mia scrittura, così come le mie opere musicali sono state suggestionate dal linguaggio di Prokofiev, di Bartok, di Stravinsky. Allo stesso tempo sono sempre stato appassionato di scienza, soprattutto fisica, cosmologia e matematica.
Ho cercato quindi di descrivere un futuro non troppo lontano, basandomi il più possibile su principi scientifici acclarati, ma portandoli alle loro estreme conseguenze. D’altronde, parliamo di speculazione scientifica.
Il contenuto di The Montecristo Project
La storia di The Montecristo Project è suddivisa in tre libri: La Prima Colonia – Tempesta – Risveglio e racconta la nascita della prima coscienza artificiale, fra i temi sicuramente più caldi – e fraintesi – degli ultimi tempi, con uno sviluppo di trama e un finale che già allora mi parvero una novità, rispetto a quanto avevo letto o visto. Negli anni seguenti ho cercato trame similari ma, fino ad ora, non ne ho trovate.
Su consiglio di amici esperti, ho provveduto a suo tempo a registrare l’idea sul sito copyright.gov, registro ufficiale del governo degli Stati Uniti: a quanto pare i signori di Hollywood controllano lì prima di provare a fregarti l’idea. Sì, l’idea è piuttosto forte e inedita, inoltre lascia un finale molto aperto. E sarebbe perfetta per una serie TV. Mi dispiace, ma dovrete arrivare al finale del terzo libro per conoscerla (a essere onesti un trucco ci sarebbe per anticiparvi, ma dovete scoprirlo da soli).
Un importante attore e regista italiano, Maurizio Nichetti, qualche anno dopo lesse il mio racconto originale e avrebbe voluto farci un film: non si trovarono i soldi, ma fu una gran bella conferma per me. E questo è uno dei motivi per cui ci lavoro da così tanto tempo.
La forma di The Montecristo Project
Un altra causa dell’allungamento dei tempi è che ho “dovuto” creare un libro aumentato, che unisse alla semplicità della lettura lineare, sia nella versione elettronica sia in quella cartacea, i vantaggi multi-stratiformi del digitale. Un incontro fra due mondi, insomma, perché nell’epoca dell’ipertesto il testo “semplice” mi stava stretto.
Ho sempre amato la tecnologia digitale, già da ragazzino sognavo di avere a disposizione un computer. Il sogno si avverò nel 1983, quando mio padre per il suo ufficio casalingo prese un Apple ][ e, una macchina davvero eccezionale per quei tempi, sulla quale iniziai a imparare il funzionamento del software, il linguaggio Applesoft Basic e il magico Assembly per le routine grafiche, che in effetti facevano ridere, rispetto a quanto oggi puoi fare con un orologio da polso; ma allora era come trovare la bacchetta magica di Harry Potter.
Fin da subito rimasi affascinato dalla possibilità di automatizzare e strutturare processi ripetitivi (Visicalc, il primo foglio elettronico), di poter scrivere senza l’incubo di sbagliare una lettera – tanto si poteva stampare alla fine, dopo aver ricontrollato – ma soprattutto vivevo il fascino di poter esplorare un “mondo virtuale” con regole proprie (l’anno prima era uscito il rivoluzionario film Tron della Disney).
Per oltre venti anni, prima di diventare docente, ho lavorato nel campo dell’IT (information technology). E questo ha ovviamente influenzato sia il mio metodo di lavoro, sia la mia visione del mondo. Ritengo che anche la forma di un’opera, non solo il suo contenuto, sia lo specchio del proprio autore.
Una dicotomia errata
Non ho mai visto l’informatica come una sostituzione dell’uomo o della realtà fisica: piuttosto come una possibile integrazione, un rinforzo, un ampliamento delle capacità umane. Lo stesso discorso vale, ulteriormente amplificato, per le attuali intelligenze artificiali. Ecco perché da sempre trovo ridicola la discussione “libri cartacei vs. libri elettronici”, così come trovavo altrettanto ridicola la disputa “strumenti musicali classici vs. elettrici – elettronici”; non è la dicotomia la strada che dobbiamo percorrere.
Quando nel 2010, a seguito di una mail d’interesse dalla 20th Fox Italia, iniziai a sviluppare il racconto originale nel romanzo The Montecristo Project, mi ritrovai molto presto a gestire una trama intricata, molti personaggi, tempi e luoghi che dovevano in qualche modo rimanete coerenti. Per questo dedicai molto del lavoro a creare un sistema informatico che mi permettesse di gestire la complessità senza perdermi in un caos irreversibile.
Nel frattempo ho concepito un sistema innovativo di applicare al libro cartaceo le potenzialità dell’ipertesto multimediale, senza annoiare o disturbare chi legge. Non è stato semplice, ma diversi esperti del settore mi hanno dato una mano, primo fra tutti l’ottimo scrittore e guru italiano della letteratura elettronica Fabrizio Venerandi. Ma ne parlerò più approfonditamente nella pagina dedicata al concetto di libro aumentato.
Quindi per The Montecristo Project l’informatica è stata essenziale, ha avuto ruoli molteplici e, francamente, non so se ce l’avrei fatta senza di essa.
Magari sì, ma sicuramente con risultati differenti e più limitati.
Scrittori si diventa, non si nasce
Infine, sono un perfezionista, un dannato pignolo. E accetto le critiche, quando sono motivate.
La prima stesura di The Montecristo Project era ben diversa da quanto potete leggere adesso.
Ogni romanzo ben riuscito è un’opera corale, si incontrano anime e persone, si impara l’umiltà e si scrive, si scrive e si riscrive fino a che lo stile e la trama non sono messi a punto. All’inizio, chissà perché, tutti siamo convinti di avere partorito il capolavoro intoccabile, che non vada spostata neppure una lettera. E tutti ci sbattiamo il muso; ma è proprio in quel momento che si decide se diventare scrittori oppure rimanere degli illusi.
Sarebbe un po’ come pretendere di arrivare davanti a una grande orchestra e dirigerla senza avere mai imparato le note o le tecniche di direzione: può andare bene nei sogni, ma nella realtà dietro ogni concerto ci sono anni di duro lavoro.
La scrittura non è assolutamente un’eccezione a questa regola generale, che sia per un romanzo o per un articolo di giornale non cambia nulla. Pratica, autocritica, messa a punto, verifica, nuova pratica. E così via, fino a quando “le dita vanno da sole” come diceva il mio compianto maestro di pianoforte Antonio Bacchelli. Allora i personaggi prendono vita, le situazioni si sviluppano con naturalezza, le scene escono dalla penna (o dalla tastiera) come per “magia”. L’artigianato che porta all’arte – se e quando ci si riesce.
E magari, dopo 10 anni di lavoro si scopre di avere lasciato un “buco di trama” grande come una casa, per poi trovare l’idea perfetta per risolverlo e quindi rendersi conto che tale idea proietta la storia in una saga di molti romanzi a venire, Cronache della Rinascita.
Questo è, in poche parole, The Montecristo Project. E se volete approfondire… accomodatevi!